Allevamento del maiale allo stato brado

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maiale allevato all'apertoLa tecnica di allevamento all’aperto dei suini, nota all’estero con i termini outdoor e plein air, si differenzia dall’allevamento in porcilaia per l’impiego di ampie superfici di terreno recintate, all’interno delle quali i suini dispongono di zone funzionali predisposte e attrezzate per l’abbeverata, l’alimentazione e il riposo.
Normalmente si utilizzano recinzioni, strutture e attrezzature di tipo mobile per agevolarne il periodico trasferimento sui diversi appezzamenti destinati all’allevamento.
Caratteristica di questa forma d’allevamento, infatti, è la pratica di ruotare i recinti nell’ambito di un idoneo piano aziendale di avvicendamento colturale, finalizzato a massimizzare lo sfruttamento agronomico dei nutrienti contenuti nelle deiezioni rilasciate dai suini sul terreno e a minimizzare, al tempo stesso, i fenomeni di inquinamento delle acque superficiali e sotterranee, l’erosione del
suolo e i danni alla vegetazione.
Con questo sistema di allevamento è possibile limitare gli investimenti necessari per le porcilaie biologiche, purché vi sia la disponibilità di superfici idonee e a basso costo (terreni marginali o scarsamente produttivi).
Questa tecnica risulta di grande interesse per l’allevamento dei riproduttori, ma può essere estesa anche alle fasi di accrescimento e ingrasso.
Organizzazione dei recinti
La progettazione di un allevamento suinicolo all’aperto prevede innanzitutto la definizione delle superfici di terreno necessarie, con riferimento ai seguenti parametri:
• numero di recinti e relative destinazioni per fase di allevamento;
• numero e categorie di suini per ogni recinto;
• superficie per capo da destinare a ciascuna categoria di suini in relazione alla fase produttiva e alle caratteristiche climatiche e pedologiche, ottemperando alle norme in vigore in materia di impatto ambientale delle produzioni zootecniche.
All’intero dei singoli recinti i suini devono disporre di:
• un abbeveratoio;
• una buca riempita di acqua o uno spruzzatore da azionare in continuo in estate durante le ore più calde del giorno;
• una zona riparata dal sole, alberata o realizzata con reti ombreggianti sorrette da un’intelaiatura
infissa nel terreno;
• una zona di riposo riparata, costituita da strutture mobili (capannine), individuali o collettive, di vario tipo e dimensione, in relazione alla fase di allevamento alla quale vengono destinate.
Le attrezzature necessarie
La tecnica di allevamento all’aperto si basa essenzialmente sull’impiego di recinzioni elettrificate per delimitare le aree a  disposizione degli animali e di capannine mobili di varie forme e dimensioni, secondo la fase di allevamento in cui devono essere utilizzate.
Le recinzioni elettrificate permettono,con costi accettabili, di confinare gli animali in aree di dimensioni adeguate e organizzate in base alle diverse fasi di allevamento e alle specifiche esigenze gestionali dell’allevamento.
La recinzione è costituita, di norma, da due ordini di filo posti a 250 e a 500-550 mm di altezza dal piano di campagna, sorretti da picchetti della lunghezza di 1 m; ma nei recinti per scrofe in gestazione è sufficiente un unico ordine di filo installato a 400 mm d’altezza. Per i recinti destinati alla fase di maternità, invece, è possibile utilizzare tre ordini di filo, installati alle altezze di 150 mm,
300 mm e 500 mm, che meglio si adattano alla diversa taglia della scrofa e dei suinetti.
Sulla recinzione è consigliabile la predisposizione di una banda in plastica forata di colore verde, del tipo usato nei cantieri edili, allo scopo di rendere più visibile la recinzione stessa e di associare il colore al dolore provocato dalla scossa elettrica, ottenendo, quindi,un maggiore rispetto della recinzione da parte dei suini.
Per la movimentazione dei suini e dei mezzi meccanici si deve prevedere un accesso per ogni recinto; il sistema più comune è quello di utilizzare apposite molle collegate alla recinzione elettrica e dotate di maniglie isolanti per la loro temporanea rimozione.
Gli apparecchi elettrificatori necessari per fornire energia ai recinti sono di vario tipo e di diversa potenza; essi convertono l’energia elettrica in impulsi di brevissima durata e di elevatissima tensione, molto dolorosi, ma distanziati nel tempo, in modo che l’animale possa indietreggiare dopo aver ricevuto la scarica.
Per quanto riguarda le capannine,sul mercato europeo ce n’è disponibile una vasta gamma con soluzioni differenti, sia per forma e dimensioni, sia per materiali costruttivi impiegati; questi ultimi possono essere il legno, in tavole o compensato, la lamiera d’acciaio zincata, la vetroresina e le materie plastiche.
Le capannine per la fase di maternità sono destinate amaiali stato brado ospitare una sola scrofa con la nidiata e sono dotate, di norma di finestra per la ventilazione e di piccolo recinto esterno in  corrispondenza dell’ingresso, per impedire l’uscita dei suinetti durante i primi giorni di vita.
Normalmente le capannine di maternità sono prive di fondo e all’inizio di ogni ciclo devono essere riempite con abbondante lettiera di paglia (da 10 fino a 40 kg a seconda del clima), che viene trattenuta all’interno per mezzo di un apposito bordo. La paglia ha il duplice
scopo di garantire agli animali un adeguato isolamento termico durante la stagione fredda e di offrire un substrato sufficientemente soffice per limitare i casi di schiacciamento dei suinetti da parte della scrofa.
Le capannine per le fasi di gestazione e d’ingrasso sono realizzate, di norma, con soluzioni costruttive semplici ed economiche e sono dimensionate per ospitare gruppi di animali (5-7 scrofe, 10-20 suini all’ingrasso). Sul mercato vengono proposte capannine in vetroresina e in lamiera di acciaio zincata, con dimensioni che possono variare in funzione del numero di capi alloggiati. Una soluzione alternativa alle capannine è costituita dalla struttura denominata “tenda”, realizzata mediante l’impiego di telo plastico sorretto da una struttura tubolare a doppia falda di acciaio zincato, a sua volta fissata su due pareti contrapposte costituite da una doppia fila di balle di paglia di forma prismatica o cilindrica. Le balle devono essere ancorate l’una all’altra e protette dai suini mediante rete elettrosaldata; i teli vengono tesi e fissati sulla struttura di sostegno, prevedendo ampi lembi per la copertura delle pareti di paglia, onde evitare infiltrazioni di acqua piovana.
Le capannine per la fase di svezzamento devono presentare un buon grado di coibentazione del tetto e delle pareti; normalmente dispongono di mangiatoie interne a tramoggia con rifornimento di mangime dall’esterno e di abbeveratoi a tazzetta o a succhiotto
installati sul lato esterno.
I principali modelli in commercio sono costituiti da strutture a una falda o ad arco realizzate con pannelli di compensato marino, con vetroresina oppure con pannelli sandwich di lamiera zincata coibentati con polistirene o poliuretano espanso.
La capienza di ciascuna capannina dipende dalle sue dimensioni interne e, ovviamente, dal peso vivo finale dei soggetti ospitati; generalmente le dimensioni interne sono adatte a contenere da 20 a 60 suinetti fino al peso di 20-35 kg.
Nella maggior parte dei casi ogni capannina dispone di un recinto esterno a cielo aperto, di superficie doppia rispetto a quella interna, delimitato da pannelli ciechi in legno o in lamiera d’acciaio zincata; in alternativa si può prevedere un recinto molto più ampio di terreno inerbito, dimensionato con superfici di 25-30 m2/capo e delimitato con recinzione fissa o elettrificata a
maglia quadrata del tipo di quella impiegata per gli ovini.
il-maiale-brado-di-norcia-in-umbriaL’impatto ambientale nella produzione
Le norme vigenti disciplinano lo spandimento dei liquami e il carico di suini in
riferimento all’allevamento intensivo e non a quello all’aperto. In ogni caso per
ridurre il rischio d’inquinamento da nitrati e preservare la struttura del suolo
occorre limitare la permanenza degli animali sullo stesso terreno e creare un
buon cotico erboso, che influisce positivamente anche sul benessere degli animali.
Gli allevamenti suinicoli “industriali” si caratterizzano per l’elevata concentrazione di capi in limitate superfici stabulative coperte e per il carico di bestiame molto elevato in rapporto alla Sau. Una tale organizzazione degli allevamenti ha originato gravi problemi di impatto ambientale legati principalmente ai rischi di inquinamento idrico connessi allo smaltimento di elevati volumi di liquami suinicoli. Il superamento di tali problemi passa anche attraverso l’adozione di tecniche di stabulazione più rispettose dell’ambiente tra cui l’allevamento su lettiera e l’allevamento all’aperto. Per quest’ultima tecnica risulta strategica l’analisi e la verifica sperimentale della sostenibilità ambientale, in particolare per le aree marginali del nostro Appennino per le quali tale tecnica viene solitamente proposta. Ciò per acquisire le informazioni necessarie alla definizione dei criteri cui gli allevatori devono attenersi per garantire l’ecocompatibilità del sistema di allevamento all’aperto. Per questo appare importante un progetto di verifica delle condizioni di sostenibilità ambientale dell’allevamento suino brado e semibrado nell’Appennino emiliano-romagnolo, presentato dal Centro Ricerche Produzioni Animali nell’ambito della tornata di finanziamenti previsti per il 2004 sulla legge 28/98 della Regione Emilia-Romagna. L’allevamento all’aperto, infatti, non comporta alcuna produzione di liquami ma richiede, comunque, il rispetto di un rapporto equilibrato tra superficie agricola aziendale e peso vivo allevato. A tale proposito le conoscenze scientifiche sono tuttora limitate e i risultati dei pochi studi condotti di recente in ambito internazionale non risultano trasferibili alla realtà territoriale e produttiva dell’Emilia Romagna, caratterizzata dalla produzione di suino pesante.
Per evitare equivoci, è necessario sottolineare, però, che allevamento dei suini all’aperto non è sinonimo di metodo di produzione biologica, anche se è vero che questa tecnica facilita l’adozione del metodo biologico. La motivazione principale sta nel fatto che, nel caso in cui un allevatore intenda convertire un allevamento intensivo convenzionale alla produzione biologica, deve sostenere oneri molto forti, principalmente perché, a parità di capi allevati,deve ampliare notevolmente le superfici coperte a causa delle maggiori superfici unitarie minime di stabulazione richieste dal regolamento Ce 1804/99 (Allegato VIII) che sono pressoché doppie rispetto a quelle previste dalle norme minime per la protezione dei suini (decreti legislativi n. 534/92 e n. 53/04). Nell’allevamento all’aperto, invece, possono essere soddisfatte abbastanza agevolmente le condizioni relative al sistema di
stabulazione, così come previsto dal citato regolamento e dalle relative norme d’attuazione (decreto ministeriale 4 agosto 2000, decreto ministeriale 29 marzo 2001 e per la Regione Emilia- Romagna la delibera della giunta regionale 5 maggio 2003 n. 794).
Un vuoto normativo da colmare
In materia d’impatto ambientale la tecnica d’allevamento dei suini all’aperto non è contemplata né dalla normativa nazionale (decreto legislativo n. 152 dell’11 maggio 1999, che ha recepito la cosiddetta direttiva “nitrati”) né dalla normativa vigente in Emilia Romagna (legge regionale 24 aprile 1995, n. 50 e relative norme di attuazione), che disciplina soltanto lo spandimento sul suolo dei liquami provenienti da insediamenti zootecnici senza prevedere norme specifiche relative al rilascio in continuo, per tutto l’arco dell’anno o del ciclo produttivo, delle deiezioni da parte dei suini stessi. Inoltre, nella definizione delle densità dei suini all’interno dei recinti di allevamento non è propriamente corretto applicare agli allevamenti all’aperto i limiti di carico di suini per unità di superficie agricola destinata allo spandimento, fissati dalla normativa per gli allevamenti intensivi, con riferimento a 170 kg di azoto per ettaro per anno (zona vulnerabile o aziende biologiche) e ai 340 kg di azoto per ettaro per anno (zona non vulnerabile). Infatti tali limiti sono riferiti all’allevamento stabulato e alla relativa pratica di spandimento frazionato, nel corso dell’anno, di liquami precedentemente stoccati e maturati in azienda mentre nell’allevamento all’aperto le deiezioni sono rilasciate fresche e in continuo, per tutto l’arco dell’anno o del ciclo produttivo; pertanto, essendo diverse le qualità dei reflui distribuiti sul suolo e le loro modalità di distribuzione, si ritiene che altrettanto diversi possano essere nei due sistemi di allevamento i fenomeni di degradazione, di adsorbimento e di trasporto nel suolo dei nutrienti contenuti nelle deiezioni e, in particolare, dell’azoto in forma nitrica. La permanenza di un vuoto normativo per gli allevamenti all’aperto può comportare seri problemi d’interpretazione e di applicazione delle norme da parte degli organismi di controllo (Arpa, Asl, Corpo Forestale, ecc.) con il rischio per gli allevatori di incontrare difficoltà nell’ottenimento del rilascio delle autorizzazioni necessarie per la normale conduzione dell’attività zootecnica. L’acquisizione di dati sperimentali è quindi utile anche per gli organismi legiferanti in materia d’impatto ambientale degli allevamenti zootecnici, affinché in futuro si possa giungere ad emanare norme specifiche per l’allevamento all’aperto dei suini.
Carichi e pascolo brado
L’allevamento all’aperto comporta, comunque, la necessità di prevedere un rapporto equilibrato tra superficie agricola aziendale e peso vivo allevato. A livello orientativo si possono indicare le superfici minime unitarie, tratte dalla bibliografia internazionale,da considerare per il dimensionamento dei recinti in base alle diverse fasi d’allevamento (tabella alla pagina  precedente).
I principali limiti a questa forma di allevamento sono rappresentati dai fattori pedo-climatici. Il terreno non deve essere eccessivamente pesante ma, al contrario, deve essere strutturato in modo tale da permettere un efficace allontanamento delle acque meteoriche evitando i ristagni idrici; ciò al fine di garantire agli animali condizioni di benessere accettabili dal punto di vista
igrotermico e di consentire in ogni stagione dell’anno la percorribilità delle vie di transito.
Un aspetto particolare dell’allevamento all’aperto riguarda l’analisi e la verifica della sostenibilità ambientale dell’allevamento brado in aree boschive e marginali; scopo principale è individuare i motivi di opportunità del pascolo brado, sia quelli attivi (effetti positivi sugli ecosistemi per il rimescolamento degli strati superficiali, l’apporto di sostanza organica, la riattivazione di catene trofiche utili alla fauna selvatica, ecc.) che passivi (utilizzazione di risorse alimentari come specie vegetali erbacee, frutti spontanei, microfauna, ecc.), e di definirne i limiti di compatibilità e sostenibilità al fine di evitare danni agli ecosistemi. Un’analisi di questo tipo si dovrebbe proporre di definire i limiti di compatibilità e sostenibilità in osservanza dei provvedimenti normativi per i terreni
pascolivi (art. 67, 68, 69 delle Prescrizioni di Massima e Polizia Forestale, delibera della giunta regionale 31 maggio 1995 n. 182) e dei riferimenti specifici in materia d’impatto ambientale dell’attività zootecnica, al fine di predisporre una razionale gestione del bosco in funzione del pascolo e di impedire pertanto danni agli ecosistemi.
A protezione del suolo
Per limitare i rischi d’inquinamento da nitrati e garantire il mantenimento della struttura del suolo, è necessario che i suini permangano sullo stesso terreno per un periodo non superiore a due anni nei settori di riproduzione e di svezzamento e a un anno o alla durata di un unico ciclo (per esempio, da 25-30 kg a 130-150 kg) nei settori di accrescimento e ingrasso. La limitata
permanenza dei suini sullo stesso terreno ha anche la funzione igienicosanitaria di contenere la diffusione delle parassitosi. In ogni caso la presenza di cotico erboso nei recinti d’allevamento riduce i rischi di lisciviazione e d’infiltrazione dei nitrati nel terreno; inoltre la copertura vegetale del terreno sembra influire positivamente anche sul benessere degli animali e, in particolare, sulle
prestazioni produttive delle scrofe. Nei recinti il prato deve essere seminato l’annata precedente quella d’immissione dei suini,
utilizzando varietà di graminacee caratterizzate da rapido sviluppo vegetativo e da un buon adattamento alle condizioni pedologiche e climatiche; di norma il prato è seminato in autunno per procedere all’immissione dei suini a metà della primavera successiva, generalmente dopo avere effettuato un primo taglio. Per favorire la conservazione della copertura vegetale durante il periodo di allevamento occorre evitare un eccessivo calpestio del suolo, adottando carichi di animali per unità di superficie sufficientemente bassi, in relazione alle caratteristiche del terreno.
Dimensioni minime dei recinti per l’allevamento di suini all’aperto
Categoria Superficie unitaria (m2/capo)
Scrofe in maternità 300-500
Suini riproduttori in fecondazione e in gestazione 400-600
Suinetti in svezzamento 25-50
Suini in accrescimento e ingrasso 60-200

Per approfondimenti:

allevamento del maiale all’aperto

allevare maiale aperto

L’ALLEVAMENTO ALL’APERTO DEL SUINO

Linee guida della Regione Emilia romagna per l’allevamento del maiale allo stato brado

Suini, così si allevano all’aperto

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