Arriva la tassa sui cani non sterilizzati

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La novità prevista da un emendamento alla legge di bilancio, passato in Commissione, scatena le polemiche

sterilizzazione-di-un-cane2di Marina Crisafi – Chi non sterilizza il proprio cane dovrà pagare una tassa annuale. È questa una delle ultime novità della legge di bilancio, che continua il suo iter parlamentare per arrivare all’approvazione definitiva entro fine dicembre. Se l’idea “velleitaria” del Pd di introdurre un’imposta unica immobiliare (Imi), comprensiva di Imu e Tasi, è durata appena due ore, a seguito della presentazione e del ritiro immediato dell’emendamento presentato dal Pd (a prima firma Maino Marchi, capogruppo Dem in commissione bilancio) quella dell’imposta comunale sui cani invece ha retto all’esame dell’ammissibilità della commissione, scatenando tuttavia un mare di polemiche.

 La tassa

L’emendamento del Pd alla legge di bilancio prevede testualmente che “i proprietari o detentori di cani non sterilizzati sono tenuti al pagamento di una tassa comunale annuale, istituita da ciascun comune con propria delibera”.

A fissare l’importo della tassa, per chi sceglie di non sterilizzare il proprio animale, saranno dunque i sindaci che dovranno indicare anche le “esenzioni, riduzioni, detrazioni in favore di determinate categorie di soggetti”.

Nell’emendamento presentato dai deputati Anzaldi, Cova e Preziosi, viene previsto inoltre che “la certificazione di sterilizzazione chirurgica definitiva è rilasciata da medici veterinari libero professionisti abilitati ad accedere all’anagrafe regionale degli animali d’affezione, i quali contestualmente provvedono alla registrazione della sterilizzazione dell’animale presso l’anagrafe”.

Ad essere esentati dall’imposta, si legge ancora nel testo, saranno in ogni caso: “i cani di proprietà di allevatori professionali, i cani esclusivamente adibiti alla guida dei ciechi e alla custodia degli edifici rurali e del gregge; i cani adibiti ai servizi dell’Esercito ed a quelli di pubblica sicurezza; i cani appartenenti a categorie sociali eventualmente individuate dai comuni”.

La ratio della nuova tassa

Il fine della nuova gabella è quello di dare “un contributo alla lotta al randagismo” che oggi, secondo le proiezioni esistenti, conta oltre 750mila randagi sul territorio e costa alle casse dello Stato qualcosa come 5,25 miliardi all’anno.

La proposta, in sostanza, spiega il primo firmatario Michele Anzaldi, mira a promuovere la cultura della sterilizzazione al fine di evitare che migliaia di cani finiscano nei canili, “attraverso un contributo comunale richiesto a tutti coloro che preferiscono non sterilizzare il proprio cane. Se si procede con la sterilizzazione, certificata dai medici veterinari abilitati ad accedere all’anagrafe regionale degli animali d’affezione, non si sarà tenuti a pagare il contributo, di carattere comunale e modulato con la previsione di esenzioni, riduzioni, detrazioni in favore di determinate categorie di soggetti”.

I fondi oggi spesi “nei canili per accudire i randagi – aggiunge Paolo Cova, cofirmatario dell’emendamento, ai microfoni di Radio24 – potranno essere utilizzati per gli scuolabus, il trasporto dei disabili o altri servizi di utilità sociale”.

Le polemiche

Contro la tassa si schiera però un nutrito fronte di no, a partire dalle opposizioni, sino ai veterinari e all’Enpa. “La proposta di istituire una tassa sui cani non sterilizzati denota una sconcertante misconoscenza delle cause alla base del randagismo. Una misconoscenza dietro la quale, a nostro avviso, si cela l’ennesimo tentativo di fare un favore ai soliti noti, cacciatori e allevatori” dichiara la presidente nazionale Enpa, Carla Rocchi, al Sole24Ore. Il problema di sovrappopolazione canina, spiega la presidente, “è causato non tanto dai proprietari di cani che vivono nei centri abitati, ma proprio da quegli allevatori, agricoltori e pastori che non sterilizzano i propri animali e li lasciano vagare liberamente sul territorio. Vale a dire proprio da chi si vorrebbe esentare dall’obbligo di sterilizzazione“. Per l’Ente la legge attuale (la 281/1991) è buona e ha permesso di debellare la piaga del randagismo, mentre la nuova tassa sui cani “in quanto strumento punitivo, potrebbe aggravare e non risolvere il problema; potrebbe cioè di incentivare gli abbandoni”, piuttosto, si dovrebbero incentivare – conclude la Rocchi – misure premiali e agevolazioni”.

Anche dal versante politico, sono in molti a chiedere che l’emendamento venga ritirato, giacché “la proposta, come formulata – non è ritenuta – adeguata a contrastare il drammatico e crudele fenomeno del randagismo”, andando invece a pesare “sulle significative spese che i proprietari di animali già affrontano per cure e farmaci veterinari”, rende noto la senatrice Silvana Amati (responsabile Pd Tutela e Salute Animali), che ha inviato apposita lettera, sottoscritta da vari senatrici (tra cui la Cirinnà) al primo firmatario dell’emendamento, Michele Anzaldi, al presidente del Gruppo Pd della Camera, Ettore Rosato, e al Presidente della Commissione Bilancio, Francesco Bocci.

Ennesimo no arriva dal fronte dei veterinari. Per l’Anmvi (Associazione nazionale medici veterinari) infatti la proposta “è iniqua” e da ri-bocciare, giacché ricalca un emendamento presentato in passato e giudicato inammissibile, oltre al fatto che sterilizzare il proprio cane “per scampare una tassa non è un buon principio di possesso responsabile né di rispetto del benessere animale, dato che non tutti i soggetti presentano una anamnesi favorevole all’intervento chirurgico”, si legge nella nota diffusa.

Un sì inaspettato arriva, infine, dalla Lav, per la quale, l’emendamento è visto positivamente “perché quanto i Comuni spendono per i cani nei canili oggi non è nella stragrande maggioranza dei casi a favore dei cani ma di un perverso sistema che non risolve il randagismo, disincentiva le adozioni e aiuta solo i gestori di strutture utilizzate come discariche per rifiuti”. Un sì condizionato però alla eliminazione dalle categorie esenti “dei pastori e dei cacciatori” e al contestuale inserimento tra i paganti degli allevatori, trasformando così la misura in una “tassa sulla riproduzione” e vincolando i fondi raccolti alla prevenzione del randagismo.

Fonte: www.StudioCataldi.it

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